SOLDIER BOY: “O MUORI DA EROE, O VIVI ABBASTANZA A LUNGO DA ESSERE UTILE A TUTTI E FEDELE A NESSUNO!”

SOLDIER BOY: “O MUORI DA EROE, O VIVI ABBASTANZA A LUNGO DA ESSERE UTILE A TUTTI E FEDELE A NESSUNO!”

MANIFESTO SULLA GUERRA, LA PROPAGANDA E LA MEMORIA RICICLATA DEL POTERE


I. NON STIAMO GUARDANDO UNA SERIE. STIAMO GUARDANDO LA STORIA CHE SI MASCHERA DA INTRATTENIMENTO.

The Boys non è satira, Non è intrattenimento, È una forma di esposizione, Un sistema narrativo che prende la storia politica del mondo reale e la ricompone in forma di mostro riconoscibile, digeribile, vendibile.

Oggi parliamo di un altro personaggio centrale di The Boys: Soldatino, o in originale Soldier Boy.

Il suo ingresso nella terza stagione avviene in Russia, dove viene trovato intrappolato in una camera che viene comunemente definita criogenica. Personalmente, questa lettura non mi ha mai convinto. Non ci sono tracce di brina sul vetro, né sul volto o sulla barba del personaggio. Al contrario, si nota una nebbiolina interna che fa pensare più a un ambiente saturo di gas che a una vera ibernazione.

La mia interpretazione è netta: non si tratta di criogenia, ma con ogni probabilità di un agente nervino, verosimilmente Novichok. E questo apre un problema narrativo evidente, perché nella logica della serie il Novichok è una delle poche sostanze in grado di neutralizzare Soldier Boy.

Eppure, qui si entra nel primo vero punto critico: se davvero quella camera fosse satura di un gas così letale, tutti i personaggi coinvolti, i boys e i soldati russi arrivati dopo l’allarme,  avrebbero dovuto morire o comunque riportare conseguenze gravissime. Invece no. Nessuna coerenza biologica, nessuna conseguenza realistica.

Ancora più evidente è il momento della liberazione: Soldier Boy passa da uno stato di totale incoscienza a una piena operatività nel giro di pochi secondi. Non cammina: si rialza. Non si riprende: riparte. E poco dopo corre. Questa non è criogenia, è narrativa compressa.

L’incoerenza “funzionale” della sospensione

Il problema non è tanto il dettaglio tecnico, quanto la scelta narrativa. La serie sembra voler mantenere il mistero senza preoccuparsi della coerenza interna. E questo crea una zona grigia dove tutto è possibile e nulla è realmente spiegato.

Il risultato è che lo spettatore è costretto a “riempire i buchi” da solo, spesso con interpretazioni più solide della sceneggiatura stessa.

Soldier Boy: il patriota prima del patriota

Soldier Boy viene spesso definito “il patriota prima di Patriota”, ed è in effetti una figura estremamente potente: non vola e non ha raggi laser, ma possiede una forza sovrumana e una resistenza fuori dal comune, capace di sopportare proiettili e armi pesanti senza riportare danni significativi.

Inoltre, scopriamo che è praticamente immortale nel senso biologico del termine: non invecchia, o comunque lo fa in maniera estremamente rallentata rispetto a un essere umano normale.

Personalità frammentata e instabile

Dal punto di vista caratteriale, Soldier Boy è un personaggio complesso e sfuggente. Porta con sé una mentalità retrograda, maschilista e violenta, ma soprattutto una cosa: l’impossibilità di essere fissato in una definizione stabile.

Un momento è alleato, quello dopo è minaccia. Un momento è razionale, quello dopo è completamente ingestibile. È un personaggio che sembra vivere più di reazioni che di convinzioni.

Patriota e Soldier Boy: due archetipi geopolitici
L’America, la guerra e la memoria selettiva

Uno degli aspetti più interessanti – e spesso sottovalutati – del personaggio è la sua costruzione ideologica.

Durante la serie emerge anche un dettaglio fondamentale: Soldier Boy racconta di aver combattuto in Afghanistan e definisce gli afghani “fratelli”, sottolineando come in passato fossero alleati degli Stati Uniti contro la Russia.

Questo passaggio è importante perché non è solo un riferimento narrativo, ma una distorsione perfettamente coerente con la propaganda militare: il nemico di oggi è il fratello di ieri, e viceversa.

Ed è qui che la scrittura diventa interessante: Soldier Boy incarna perfettamente una schizofrenia geopolitica precisa. È un personaggio che ha vissuto abbastanza a lungo da essere stato utile a tutti e fedele a nessuno.

Ma questa frase non è solo una descrizione psicologica: è una chiave politica.

Patriota rappresenta chiaramente l’allegoria degli Stati Uniti d’America: potere assoluto, controllo mediatico, costruzione dell’immagine pubblica come verità.

Soldier Boy, invece, può essere letto come allegoria del potere avversario storico, in particolare l’Unione Sovietica o comunque un blocco antagonista.

E la serie lo costruisce in modo tutt’altro che casuale.

I riferimenti ai russi: Soldier Boy come “arma della Guerra Fredda”

Il legame con la Russia è esplicito in più livelli narrativi.

Soldier Boy viene catturato e rapito negli anni ’80 dai russi, in piena tensione da Guerra Fredda. Non è un dettaglio estetico: è il cuore simbolico del personaggio.

Un punto che spesso viene frainteso riguarda il modo in cui Soldier Boy attiva il suo potere distruttivo.

Nel corso della serie vediamo più situazioni distinte: inizialmente, appena uscito dalla camera di stasi, sembra sprigionare il raggio in modo istintivo, probabilmente legato a paura, rabbia o disorientamento. In almeno due occasioni successive, invece, il potere si attiva dopo che il personaggio entra in contatto con della musica russa trasmessa alla radio, accompagnata da veri e propri blackout.

Tuttavia, è importante chiarire un aspetto fondamentale: la serie non stabilisce mai in modo esplicito che Soldier Boy sia un soggetto controllato mentalmente, né che la musica russa rappresenti l’unico innesco del suo potere.

Al contrario, con il proseguire degli eventi (ad esempio con la Contessa Cremisi e durante l’Herogasm contro i gemelli TNT), sembra emergere una progressiva capacità di attivare il potere in maniera più consapevole.

Di conseguenza, l’interpretazione più corretta resta aperta: Soldier Boy potrebbe essere affetto da stress post-traumatico, da una forma di condizionamento, oppure da una combinazione delle due cose. La serie lascia volutamente questa ambiguità senza fornire una risposta definitiva.

Un dettaglio apparentemente secondario, ma narrativamente pesantissimo.

A questo si aggiunge un altro livello di ambiguità: Soldier Boy viene accusato esplicitamente di essere stato “programmato” o condizionato dai russi. Non semplicemente prigioniero, ma possibile collaborazionista, o addirittura arma inconsapevole nelle mani del nemico.

In altre parole: non solo vittima della Guerra Fredda, ma possibile prodotto della stessa.

Una narrazione della storia compressa in due personaggi

Se si guarda a questo livello di lettura, Patriota e Soldier Boy non sono semplicemente due supereroi.

Sono due blocchi storici.

Due potenze che si definiscono a vicenda attraverso alleanze, tradimenti e riscritture continue del concetto di “nemico”.

La loro relazione non è lineare, perché non lo è nemmeno la storia che rappresentano.

E quello che nella realtà richiede decenni di geopolitica, nella serie viene condensato in pochi episodi: alleato, nemico, strumento, minaccia, risorsa.

Ed è proprio questo che molti spettatori percepiscono come “incoerenza narrativa”, quando in realtà è una compressione estrema della storia reale.

Molti ritengono che il personaggio di soldatino sia stato reintrodotto nella quinta stagione di The Boys, al solo scopo di promuovere uno spin-off che uscirà nel 2027 dal titolo vaught rising, ma io ritengo questo vero solo in parte, sicuramente i continui riferimenti allo spin-off e al fatto che alcuni punti della sceneggiatura che sono rimasti estremamente oscuri nella quinta stagione di The Boys verranno chiariti solo quando potremo guardare lo spin off, ma io ritengo invece il personaggio di soldatino estremamente importante anche in questa stagione oltre per il fatto specificato in precedenza, come allegoria appunto della dicotomia fra stati uniti e resto del mondo, ma anche perché estremamente funzionale a chiarire alcuni alcuni aneddoti della vought ai suoi inizi.
Infatti scopriamo che soldatino insieme ad altri ad un altro piccolo gruppo di persone scelte fu sottoposto ai primi esperimenti riguardante il precursore del composto V attualmente usato, vale a dire il V1, e scopriamo che questo V1 era  altamente instabile la maggior parte delle persone che veniva sottoposto a questa terapia moriva atrocemente, e solo pochissime persone sono sopravvissute dopodiché fu creato il composto fu “definitivo”, che potremmo anche chiamare il “v2”.
Ora devo ammettere che questa cosa mi era sfuggita, ma una volta che ho effettuato questa analisi l’ho trovata da una parte estremamente divertente, dall’altra molto interessante infatti sappiamo che i missili v2 erano i missili realizzati da Werner von brawn durante la seconda Guerra mondiale, e sappiamo che  era uno scienziato nazista, che poi dopo la seconda Guerra mondiale fu portato in America durante l’operazione paperclip e diventò lo scienziato che secondo la narrazione ufficiale aiutò gli Stati Uniti a portare il primo uomo sulla luna. Questo risulta essere nuovamente estremamente interessante, in effetti anche il composto V1 e poi il V2 possono essere considerate delle armi di distruzione di massa esattamente come i missili v2 e anche V1, che vennero realizzati e utilizzati da von Braun ora, abbiamo già analizzato le innumerevoli allegorie che collegano la vought al nazismo, e questa ne è un’ulteriore prova, in effetti gli sceneggiatori da questo punto di vista assolutamente geniali, hanno ovunque disseminato questi piccole bricioline di pane, per dimostrarci come in generale gli Stati Uniti e le multinazionali non disdegnino utilizzare metodi nazisti se questi portano a un risultato.

Se questo non bastasse aggiungiamo un altro dettaglio: Il missile V2 (abbreviazione dal tedesco Vergeltungswaffe 2, in italiano “arma di rappresaglia 2”, nome datogli per motivi di propaganda; nome tecnico Aggregat 4, abbreviato in A4), mentre il gruppo di Supereroi di soldatino prima della cattura era “The Payback”, ovvero “i rappresaglia”, quindi abbiamo un missile creato da un nazista, e chiamato per propaganda Vergeltungswaffe 2, ovvero V2, e poi “I Rappresaglia” come team di super con in composto V2 nel sangue.

Qui la domanda nasce spontanea: genio degli sceneggiatori a creare tutti questi collegamenti, o semplici incredibili coincidenze? 

 

Stormfront: teoria personale (assolutamente non canonica)

La mia teoria completamente folle: Stormfront e il ritorno “alla Darth Vader”

Qui mi concedo volutamente una deviazione totale dalla canonica.

Ho sempre trovato sospetta la gestione narrativa di Stormfront. Non tanto per ciò che viene mostrato, ma per ciò che non viene mai davvero mostrato. Un letto vuoto, una macchia di sangue, una morte raccontata più che dimostrata, ma io mi sono immaginato uno scenario in cui patriota non fosse figlio della provetta, ma fosse veramente figlio dell’amore, e cioè dell’amore tra soldier boy e stormfront quindi se soldier boy è il padre di patriota, stormfront diventerebbe la madre, quindi porterebbe il complesso edipico di patriota a livelli allucinanti,

E allora nasce la fantasia, completamente non canonica e dichiaratamente assurda: e se Stormfront non fosse davvero morta?

Ora immaginiamo uno scenario volutamente esagerato, quasi teatrale.

Una figura oscura riappare dopo anni. Non si vede il volto. Solo una presenza meccanica, ricostruita, quasi cybernetica. Un’armatura danneggiata, un corpo ricucito dalla tecnologia. Un ingresso in scena lento, pesante, volutamente “mitologico”.

Silenzio.

Patriota la osserva.

E la figura pronuncia:

“John… io sono tua madre.”

Silenzio totale.

Patriota rimane immobile per un secondo. Poi esplode:

“NOOOOOO!”

Taglio secco. Musica drammatica. Dissolvenza.

Una scena volutamente esagerata, quasi parodica, in stile Darth Vader e Luke Skywalker, che trasformerebbe The Boys in qualcosa di ancora più grottesco di quanto già non sia.

È una fantasia, certo. Ma ammettiamolo: in una serie come questa, non sarebbe nemmeno così fuori luogo.

LA CRISI DEI MISSILI DI CUBA COME MODELLO NARRATIVO

Un esempio storico perfetto per leggere questa dinamica è la Crisi dei missili di Cuba (1962, presidenza Kennedy).

Per pochi giorni il mondo si trovò a un passo dall’annientamento nucleare.

Due potenze – Stati Uniti e Unione Sovietica – non stavano semplicemente “litigando”: stavano giocando una partita in cui ogni errore di calcolo significava la fine della civiltà.

👉 Ed è qui che il parallelo con The Boys diventa evidente:

  • Patriota e Soldier Boy non sono mai davvero “in guerra totale costante”
  • Sono in uno stato continuo di equilibrio instabile
  • Un equilibrio in cui ogni decisione può portare all’apocalisse o alla stabilità temporanea

La serie, in questo senso, non racconta solo supereroi.

Racconta la logica della deterrenza:
non ti distruggo perché tu potresti distruggere me prima.

 

Un altro elemento spesso criticato riguarda il rapporto tra Soldier Boy e Patriota, percepito da molti come incoerente o addirittura schizofrenico.

Nel corso della serie, Soldier Boy alterna atteggiamenti radicalmente diversi: in alcuni momenti sembra disprezzare profondamente Patriota, considerandolo un fallimento; in altri appare quasi disposto ad aiutarlo; subito dopo cambia nuovamente posizione, arrivando persino a imprigionarlo in una struttura progettata per contenere i super più potenti. A questo si aggiunge un ulteriore livello di ambiguità: tramite i poteri telepatici di Ashley emerge che, in fondo, Soldier Boy nutre anche una forma di ammirazione nei confronti del figlio. E infine, compie un gesto apparentemente contraddittorio, consegnandogli il composto V1, giustificandolo con la frase “è quello che avrebbe voluto Clara”.

A una lettura superficiale, questa continua oscillazione viene liquidata come incoerenza narrativa. È la spiegazione più semplice — e probabilmente la più comoda.

Tuttavia, esiste un’altra possibilità — e sottolineo che si tratta di una lettura personale, non di una verità assoluta: non siamo davanti a un errore di scrittura, ma a una rappresentazione estremamente compressa della realtà geopolitica degli ultimi cento anni.

Il rapporto tra Soldier Boy e Patriota può essere letto come un’allegoria brutale, quasi didascalica, di come funzionano davvero le relazioni tra potenze: alleanze che nascono, si consolidano, si spezzano, vengono ricostruite e poi nuovamente tradite nel giro di pochi anni. Ciò che nella storia reale richiede decenni, qui viene condensato in pochi dialoghi e in cambiamenti improvvisi di posizione.

Durante la Guerra Fredda, Stati Uniti e Unione Sovietica hanno oscillato tra contrapposizione totale e momenti di distensione, arrivando, nella crisi dei missili di Cuba, a portare il mondo sull’orlo dell’annientamento nucleare. Una dinamica di tensione continua, mai realmente risolta, che trova un riflesso diretto nell’instabilità del rapporto tra Soldier Boy e Patriota.

Ma il punto diventa ancora più scomodo quando si guarda ai conflitti più recenti. In Afghanistan, gruppi armati sostenuti e definiti “fratelli” negli anni ’80, nel contesto della lotta contro l’influenza sovietica, sono stati successivamente ridefiniti come nemici. Lo stesso schema si ripete con l’Iraq: durante la guerra Iran-Iraq (1980–1988), gli Stati Uniti non furono formalmente alleati di Saddam Hussein, ma lo considerarono un attore utile per contenere l’Iran, arrivando a sostenerlo indirettamente. Poi, nel 1990, con l’invasione del Kuwait, quello stesso attore “utile” diventa improvvisamente il nemico da abbattere, portando alla Guerra del Golfo del 1991.

Non è incoerenza. È strategia.

Non è confusione. È adattamento.

E soprattutto: non è un errore isolato, ma un modello che si ripete.

In questo contesto, le “altalene emotive” di Soldier Boy smettono di essere un difetto e diventano qualcosa di molto più scomodo: una traduzione narrativa di dinamiche storiche reali. Gli sceneggiatori, antropomorfizzando questi processi, trasformano relazioni tra Stati in relazioni tra individui, rendendo visibile — e quasi grottesco — ciò che nella realtà viene normalizzato.

E qui emerge il punto più interessante, e forse più disturbante: ciò che nella serie viene percepito come assurdo o incoerente, è spesso perfettamente coerente con il funzionamento reale della politica internazionale.

Il problema, quindi, potrebbe non essere la scrittura.

Potrebbe essere lo sguardo di chi guarda.


⚑ IL MONDO SUL FILO DELLA LAMA

Questo schema si ripete nella storia reale:

  • Guerra Fredda → equilibrio nucleare
  • Crisi regionali → escalation controllata
  • Alleanze temporanee → trasformazione dei nemici in partner
  • E viceversa

👉 The Boys sintetizza tutto questo in forma narrativa compressa.

E Soldier Boy diventa uno dei vettori principali di questa idea:
un’arma che non appartiene mai davvero a nessuno, ma che tutti vorrebbero controllare.


⚑ LETTURA FINALE: NON INCOERENZA, MA STORIA COMPRESSA

Quello che molti spettatori percepiscono come confusione narrativa è in realtà una scelta precisa:

non raccontare la geopolitica,
ma simularne il funzionamento emotivo e caotico.

APPENDICE ANALITICA: GUERRE REALI E SOLDIER BOY COME ARCHETIPO STORICO

Vietnam: la prima crepa del mito

Se vogliamo estendere ulteriormente la lettura allegorica di Soldier Boy e del suo universo, il primo riferimento inevitabile è il Vietnam.

Il Vietnam non è solo una guerra: è il momento in cui l’America scopre che la propria narrazione eroica non coincide più con la realtà sul campo.

Soldier Boy, in questa chiave, diventa perfettamente sovrapponibile a quel modello:

  • soldato celebrato come eroe nazionale
  • trasformato in simbolo propagandistico
  • poi rivelato come strumento sacrificabile
  • infine rimosso o riscritto dalla memoria collettiva

👉 Esattamente come il Vietnam ha incrinato l’immagine dell’invincibilità americana, Soldier Boy rappresenta la versione “incapsulata” di quel mito:
un eroe costruito, smontato e riutilizzato a seconda della convenienza storica.


Afghanistan (2001): da alleato a terreno di dissoluzione

Il secondo parallelo è ancora più diretto e già parzialmente presente nella tua analisi: l’Afghanistan.

Ma qui il punto non è solo il riferimento interno alla serie (Soldier Boy che parla degli afghani come “fratelli”), bensì il doppio livello storico:

  • negli anni ’80: mujaheddin sostenuti come alleati contro l’URSS
  • dal 2001 in poi: trasformati in nemico assoluto nella “guerra al terrorismo”

👉 Questo ribaltamento è fondamentale per capire Soldier Boy.

Perché lui incarna proprio questa logica:
non esistono amici permanenti, solo interessi permanenti.

In Afghanistan questo principio diventa guerra reale.
In The Boys diventa identità narrativa.

E infatti Soldier Boy non “sceglie” mai davvero un lato: viene semplicemente riassegnato a nuovi contesti storici.


Iraq 2003: la guerra preventiva e la costruzione del nemico

Il terzo riferimento è la guerra in Iraq del 2003.

Qui entriamo in un livello ancora più vicino alla logica di The Boys:

  • costruzione di un nemico sulla base di intelligence ambigua
  • narrazione pubblica semplificata fino al manicheismo
  • intervento militare giustificato come inevitabile
  • conseguenze geopolitiche devastanti e prolungate

👉 Questo schema è praticamente identico alla logica dei “Supes” nella serie:

  • minaccia costruita o amplificata
  • necessità di controllo totale
  • uso della forza come soluzione preventiva
  • caos post-intervento

Soldier Boy, in questo senso, non è solo un super soldato:
è la rappresentazione di un potere militare che viene attivato, disattivato e reinterpretato a seconda della narrativa dominante.

LA GUERRA NON FINISCE, SI RINNARRA

A questo punto il discorso esce definitivamente dalla recensione e diventa lettura politica.

The Boys non sta semplicemente raccontando supereroi corrotti.

Sta mettendo in scena un principio molto più scomodo:

la storia non è un insieme di eventi, ma un processo continuo di editing narrativo.

Vietnam, Afghanistan e Iraq non sono episodi isolati.

Sono tre versioni dello stesso schema:

  • costruzione del nemico
  • necessità dell’intervento
  • riscrittura del significato della guerra dopo che è finita

E Soldier Boy è perfettamente dentro questo meccanismo.

Non perché rappresenti un singolo paese o una singola ideologia.

Ma perché rappresenta la funzione stessa del potere quando attraversa il tempo:

essere sempre giustificabile a posteriori, anche quando contraddice se stesso.

Conclusione: il problema non è la serie, ma lo sguardo dello spettatore

Ed è qui che arriva il punto più controverso.

Queste allegorie non sono nascoste. Sono esposte. Sono quasi didascaliche.

Eppure vengono costantemente ignorate o ridotte a “incoerenze”, “forzature narrative”, “buchi di sceneggiatura”.

Soldier Boy non è un personaggio difficile da capire. È un personaggio difficile da accettare, perché costringe a leggere la storia dietro la fiction.

Conclusione: la storia come riscrittura permanente

The Boys non è semplicemente una satira dei supereroi. È una rappresentazione compressa della storia politica contemporanea, in cui i conflitti non si risolvono ma si trasformano continuamente.

Le allegorie non sono nascoste. Sono esposte, quasi dichiarative.

E tuttavia vengono spesso interpretate come incoerenze narrative o eccessi stilistici.

Il punto centrale, forse, non riguarda la serie in sé, ma il modo in cui viene letta.

Perché ciò che nella realtà appare come schema storico riconoscibile, nella finzione diventa improvvisamente ambiguità narrativa.

E Soldier Boy, in questo senso, non è un enigma.

È un archivio.

Un condensato di storia politica travestito da intrattenimento.

E forse la vera domanda non è se The Boys sia consapevole di ciò che racconta.

Ma quanto siamo disposti, come spettatori, ad accettare che lo stia facendo in modo fin troppo esplicito per essere ignorato.

Loading

Related Images:

Imparare a analizzare una sceneggiatura: capire il contesto!

Oggi analizzeremo 3 fatti storici, per analizzare il contesto e capire meglio come nascono le storie, in particolare quella di The Boys che nessuno sembra aver capito fino in fondo. 

Articolo realizzato da LandsEnds, per FantasyLands.net

Riassunto sintetico della ricerca:

Progresso e ombra: scienza, potere ed etica nel XX secolo

Introduzione: quando il progresso perde la bussola

Il Novecento è spesso raccontato come il secolo del progresso: rivoluzioni scientifiche, sviluppo tecnologico, conquista dello spazio. Ma è anche il secolo in cui questo stesso progresso si intreccia con alcune delle pagine più oscure della storia umana.

L’eugenetica, i rapporti economici tra democrazie occidentali e regimi totalitari, e il riutilizzo delle conoscenze scientifiche naziste nel dopoguerra non sono episodi isolati. Sono manifestazioni diverse di un problema comune: la difficoltà di mantenere un legame tra sviluppo tecnico e responsabilità morale.

Attraverso questi tre casi, emerge una domanda centrale: il progresso è davvero neutrale, oppure riflette sempre le strutture di potere che lo producono?


L’eugenetica: la scienza al servizio della disuguaglianza

Alla base del movimento eugenetico vi sono le teorie di Francis Galton, che alla fine dell’Ottocento sostenne che le differenze sociali fossero il risultato di qualità ereditarie.

Negli Stati Uniti, queste idee si trasformarono in politiche concrete. Tra gli anni ’10 e ’30, decine di migliaia di persone furono sottoposte a sterilizzazione forzata, giustificata da presunti criteri scientifici.

La sentenza Buck v. Bell del 1927 legittimò queste pratiche, sancendo che lo Stato potesse intervenire direttamente sui corpi dei cittadini per “migliorare” la società.

Ma ciò che rende l’eugenetica particolarmente inquietante non è solo la violenza delle sue conseguenze, bensì la sua normalità. Non fu un fenomeno marginale, ma un movimento sostenuto da scienziati, politici e istituzioni.

In questo senso, la scienza non fu un argine contro il pregiudizio: ne divenne uno strumento.


Economia e ambiguità: affari con il nemico

Parallelamente, negli anni tra le due guerre, si svilupparono relazioni economiche tra imprese occidentali e Germania nazista.

Il quadro giuridico del Trading With the Enemy Act mostra come gli Stati cercassero di controllare queste dinamiche, ma anche quanto fosse difficile farlo in un sistema economico globalizzato.

Il caso di Prescott Bush e della Union Banking Corporation evidenzia come reti finanziarie internazionali potessero intrecciarsi con interessi legati alla Germania.

A questi si aggiungono esempi industriali significativi:

  • IBM, le cui macchine furono utilizzate per la gestione dei dati

  • Ford Motor Company, con stabilimenti operativi in Germania

  • General Motors, proprietaria di Opel

  • Standard Oil, coinvolta in accordi energetici

Questi casi non dimostrano necessariamente una complicità ideologica, ma rivelano una realtà più complessa: il sistema economico tende a seguire logiche proprie, spesso indipendenti dal contesto politico.

Il capitalismo moderno si configura così come un sistema sovranazionale, capace di adattarsi a regimi diversi senza metterne in discussione la natura.


Operazione Paperclip: il riuso del sapere

Alla fine della guerra, questa ambiguità assume una nuova forma.

Con l’Operazione Paperclip, gli Stati Uniti trasferirono centinaia di scienziati tedeschi nel proprio territorio, tra cui Wernher von Braun.

Parallelamente, l’Unione Sovietica acquisì razzi, tecnologie e infrastrutture, ricostruendo il proprio programma missilistico a partire da materiali tedeschi.

Questa divisione delle “spoglie” scientifiche segnò l’inizio della Guerra Fredda e della corsa allo spazio.

Le conoscenze sviluppate durante il regime nazista divennero la base per:

  • missili balistici intercontinentali

  • tecnologie militari avanzate

  • programmi spaziali

Il lavoro di von Braun fu determinante nello sviluppo del Saturn V, che rese possibili le missioni Programma Apollo.

Il razzo che portò l’uomo sulla Luna nasce quindi, almeno in parte, da conoscenze sviluppate in un contesto di guerra e sfruttamento.


Il limite estremo: gli esperimenti medici nazisti

In questo quadro si inserisce anche la figura di Josef Mengele e, più in generale, degli esperimenti condotti nei campi di concentramento.

Questi esperimenti rappresentano il punto di rottura tra scienza e morale.

Contrariamente a quanto talvolta si sostiene, essi non costituirono una base utile per la scienza moderna. Erano privi di rigore metodologico, condotti in condizioni estreme e incapaci di produrre dati affidabili.

Non si trattò di conoscenza ottenuta a caro prezzo, ma di violenza priva anche di valore scientifico.

Il fatto che si tenti ancora di attribuire loro una qualche utilità rivela una tendenza pericolosa: quella di cercare un senso anche dove non esiste, trasformando l’orrore in qualcosa di giustificabile.


Conclusione: il progresso e la responsabilità

Attraverso questi tre percorsi emerge una verità scomoda: il progresso non è mai neutrale.

La scienza può essere usata per giustificare la disuguaglianza. L’economia può adattarsi a contesti moralmente problematici. La tecnologia può essere riutilizzata indipendentemente dalle sue origini.

I sistemi — scientifici, economici, tecnologici — non possiedono una coscienza. Funzionano, si evolvono, si adattano. Ma non giudicano.

Il capitalismo, nella sua dimensione globale, appare sovranazionale e in larga misura indifferente alle contingenze politiche. La scienza, senza etica, può trasformarsi in strumento di potere. La tecnologia, senza memoria, può riprodurre le stesse ambiguità da cui è nata.

Il problema, allora, non è il progresso in sé, ma l’illusione che esso sia automaticamente positivo.

La storia insegna che il male non ha sempre bisogno di creare nuovi strumenti: spesso utilizza quelli già esistenti.

Per questo la responsabilità non può essere delegata ai sistemi. Deve restare umana.

Perché ogni volta che smettiamo di chiederci non solo cosa possiamo fare, ma se dovremmo farlo, il rischio non è solo quello di ripetere il passato — ma di non riconoscerlo nemmeno quando ritorna.

Ed ecco, per approfondire, le 3 ricerche corredate dalla bibliografia.

Le teorie eugenetiche negli anni ’20: tra scienza, ideologia e tragedia

Introduzione: un’idea pericolosa travestita da progresso

Negli anni Venti del Novecento, in diversi paesi occidentali si diffuse un movimento che si presentava come scientifico e progressista: l’eugenetica. Il termine indicava l’idea di “migliorare” la specie umana attraverso il controllo della riproduzione. Dietro questa apparente razionalità si nascondeva però una visione profondamente discriminatoria, che classificava gli esseri umani in “degni” e “indegni”.

Il movimento eugenetico americano si radicò nelle idee del determinismo biologico proposte da Sir Francis Galton negli anni 1880. Galton studiò le classi superiori della Gran Bretagna e giunse alla conclusione che le loro posizioni sociali fossero dovute principalmente a caratteristiche ereditarie “superiori”, trasmesse biologicamente¹.

Contesto storico e sviluppo dell’eugenetica negli Stati Uniti

L’eugenetica americana si sviluppò all’interno di un clima segnato dal darwinismo sociale, dalla paura della degenerazione e dall’ansia per l’immigrazione di massa proveniente dall’Europa meridionale ed orientale.

A partire dai primi decenni del Novecento, numerosi stati introdussero leggi che autorizzavano la sterilizzazione forzata di individui ritenuti “inadatti”. Queste categorie includevano persone con disabilità, malati mentali, ma anche poveri e minoranze etniche.

Una svolta decisiva avvenne nel 1927 con la sentenza Buck v. Bell, in cui la Corte Suprema degli Stati Uniti legittimò la sterilizzazione forzata. La famosa frase del giudice Oliver Wendell Holmes Jr. — “Three generations of imbeciles are enough” — sintetizza brutalmente la mentalità dell’epoca².

Analisi critica: scienza, potere e violenza istituzionale

L’eugenetica si fondava su presupposti scientificamente fragili. Caratteristiche complesse come l’intelligenza, la moralità o la devianza venivano considerate ereditarie e immutabili, senza basi empiriche solide.

In realtà, queste teorie riflettevano pregiudizi sociali già esistenti. L’eugenetica fornì una giustificazione “scientifica” a discriminazioni basate su classe, etnia e condizione sociale³.

Un aspetto meno noto ma fondamentale riguarda il ruolo delle istituzioni sanitarie. Molti pazienti internati in ospedali psichiatrici e istituti assistenziali vivevano in condizioni di grave abbandono:

  • sovraffollamento estremo

  • malnutrizione cronica

  • cure mediche insufficienti

  • isolamento sociale

Le ricerche storiche mostrano come, pur in assenza di programmi espliciti di eutanasia sistematica (come avverrà nella Germania nazista), tali condizioni portassero a elevati tassi di mortalità. In molti casi, la morte era il risultato di negligenza strutturale e disumanizzazione⁴.

Questo elemento è cruciale: la violenza non si manifestava sempre in forma diretta, ma attraverso un sistema che considerava alcune vite prive di valore.

Scheda: dati sulle vittime dell’eugenetica prima del nazismo

Stati Uniti

  • Circa 60.000–70.000 persone sterilizzate forzatamente⁵

  • Oltre 30 stati coinvolti

  • Vittime: disabili, malati mentali, donne povere, minoranze

Altri paesi

  • Svezia: circa 60.000 sterilizzazioni⁶

  • Canada: migliaia di casi (soprattutto Alberta e British Columbia)

  • Diffusione ampia delle teorie eugenetiche in Europa

Condizioni istituzionali

  • Elevati tassi di mortalità in istituti psichiatrici

  • Documentato abbandono sistemico

  • Disumanizzazione dei pazienti

Dal contesto internazionale al nazismo

Il nazismo non nacque nel vuoto. Le teorie eugenetiche erano già diffuse e, in alcuni casi, istituzionalizzate.

Il regime nazista radicalizzò questi principi, trasformandoli in un sistema coerente e brutale:

  • sterilizzazione di massa

  • eutanasia sistematica (programma Aktion T4)

  • sterminio su base razziale

È documentato che alcuni ideologi nazisti guardarono con interesse alle politiche eugenetiche americane, considerandole un precedente⁷. Tuttavia, il salto compiuto fu radicale: da politiche discriminatorie si passò allo sterminio organizzato.

Conclusione: la costruzione del male

La storia dell’eugenetica dimostra che il male raramente si presenta come tale. Più spesso cerca legittimazione nella scienza, nella legge e nel consenso sociale.

Non nasce improvvisamente: cresce su precedenti, su pratiche accettate, su compromessi morali progressivi.

 

Riflettere su questa storia significa interrogarsi sul presente. Ogni volta che si stabiliscono gerarchie di valore tra le vite umane, ogni volta che si invoca la “scienza” per giustificare esclusioni o discriminazioni, si rischia di percorrere, anche inconsapevolmente, sentieri già battuti.

Il nazismo rappresentò l’estremizzazione di un pensiero già presente. Questo non ne attenua la responsabilità, ma ci obbliga a riconoscere quanto sia facile per una società scivolare verso la disumanizzazione quando smette di considerare ogni vita come dotata di pari dignità.

Ricordare questa storia significa vigilare: perché ogni volta che si stabiliscono gerarchie di valore tra le vite umane, si riapre una strada già percorsa.


Note

¹ https://it.wikipedia.org/wiki/Francis_Galton
² https://it.wikipedia.org/wiki/Buck_v._Bell
³ https://it.wikipedia.org/wiki/Eugenetica_negli_Stati_Uniti_d%27America
⁴ Alexandra Minna Stern, Eugenic Nation; condizioni istituzionali documentate anche in archivi storici sanitari USA
https://en.wikipedia.org/wiki/Eugenics_in_the_United_States
https://en.wikipedia.org/wiki/Compulsory_sterilisation_in_Sweden
⁷ Edwin Black, War Against the Weak

Bibliografia essenziale

  • Edwin Black, War Against the Weak

  • Daniel J. Kevles, In the Name of Eugenics

  • Paul A. Lombardo, Three Generations, No Imbeciles

  • Alexandra Minna Stern, Eugenic Nation

 

Affari oltre la guerra: banche americane e Germania nazista

Introduzione: economia e morale in tempo di guerra

La Seconda guerra mondiale è spesso raccontata come uno scontro netto tra democrazie e totalitarismi. Tuttavia, uno sguardo più attento rivela una realtà più complessa: anche durante l’ascesa del nazismo, esistevano relazioni economiche e finanziarie tra imprese occidentali e la Germania.

Questi legami non furono sempre illegali né necessariamente motivati da adesione ideologica. Piuttosto, riflettono una dinamica più profonda: la tendenza del sistema economico a operare oltre i confini politici, talvolta ignorando le implicazioni morali.

Il quadro giuridico: il Trading With the Enemy Act

Durante la Prima guerra mondiale, gli Stati Uniti approvarono il Trading With the Enemy Act (1917), una legge che consentiva al governo di limitare o controllare le transazioni economiche con paesi nemici¹.

Questa normativa rimase in vigore anche negli anni successivi e venne utilizzata durante la Seconda guerra mondiale per indagare e, in alcuni casi, sequestrare beni di individui o aziende sospettate di avere rapporti economici con potenze ostili.

Il caso Prescott Bush e la Union Banking Corporation

Uno degli esempi più discussi è quello di Prescott Bush.

Bush fu direttore della Union Banking Corporation (UBC), una banca con legami finanziari internazionali. Nel 1942, il governo degli Stati Uniti sequestrò i beni della UBC in base al Trading With the Enemy Act, sostenendo che la banca fosse coinvolta in attività collegate a interessi economici tedeschi².

È importante sottolineare che:

  • non esistono prove di adesione ideologica al nazismo

  • i rapporti erano indiretti e finanziari

  • il caso rientra in un contesto più ampio di controllo economico

Altri casi significativi

Per comprendere meglio la portata del fenomeno, è utile analizzare altri esempi documentati di relazioni economiche tra imprese americane e Germania nazista.

IBM

IBM operò in Germania attraverso la sua filiale Dehomag. Le sue macchine a schede perforate furono utilizzate dal regime nazista per elaborare grandi quantità di dati, inclusi censimenti e classificazioni della popolazione³.

Secondo alcune ricerche storiche, queste tecnologie facilitarono la gestione burocratica del sistema nazista, anche se il grado di responsabilità diretta della casa madre resta oggetto di dibattito tra gli studiosi.

Ford Motor Company

Ford aveva una filiale attiva in Germania già prima dell’ascesa di Hitler. Durante il regime nazista, la Ford-Werke continuò a operare, producendo veicoli utilizzati anche per scopi militari⁴.

Il fondatore Henry Ford era noto per le sue posizioni antisemite, espresse pubblicamente negli anni ’20, anche se il rapporto diretto tra queste idee e le attività dell’azienda in Germania rimane complesso.

General Motors

General Motors controllava la casa automobilistica tedesca Opel. Durante gli anni ’30, Opel divenne un importante produttore per l’economia tedesca, inclusa la produzione di mezzi militari⁵.

Anche in questo caso, le attività si collocano in un’area grigia tra presenza industriale internazionale e implicazioni politiche.

Standard Oil

Standard Oil intrattenne rapporti commerciali e accordi tecnologici con la Germania, in particolare nel settore dei carburanti sintetici, fondamentali per un paese con limitate risorse petrolifere⁶.

Questi scambi contribuirono indirettamente allo sviluppo dell’autosufficienza energetica tedesca.

Economia globale e ambiguità morali

Questi esempi mostrano un elemento comune: molte relazioni economiche precedettero il conflitto e continuarono finché non furono interrotte da leggi o dalla guerra stessa.

Le imprese agivano all’interno di una logica di mercato internazionale, spesso separata dalle considerazioni politiche. Tuttavia, col senno di poi, emerge chiaramente come tali attività abbiano avuto conseguenze eticamente problematiche.

Analisi critica: capitalismo e sovranazionalità

Il capitalismo moderno si caratterizza per la sua dimensione transnazionale. Capitali e imprese si muovono oltre i confini nazionali, seguendo opportunità economiche.

La storia suggerisce che:

  • il sistema economico non è automaticamente vincolato a valori etici

  • le imprese possono operare in contesti politici molto diversi

  • la regolazione statale è essenziale per limitare derive problematiche

I casi analizzati mostrano come, in assenza di limiti chiari, il profitto possa prevalere su considerazioni morali.

Conclusione: oltre i confini, oltre le giustificazioni

La vicenda dei rapporti economici tra imprese americane e Germania nazista invita a una riflessione più ampia.

Il sistema capitalistico appare, per sua natura, sovranazionale e in larga misura indifferente alle contingenze politiche. Non perché sia intrinsecamente immorale, ma perché opera secondo logiche proprie, che non includono automaticamente valutazioni etiche.

Per questo motivo, la responsabilità ricade sulle istituzioni e sulla società: senza regole, controllo e memoria storica, l’economia può adattarsi anche a contesti profondamente ingiusti.

La storia dimostra che il problema non è solo nelle ideologie estreme, ma anche nella capacità dei sistemi ordinari di convivere con esse.

 

Conclusione: il silenzio morale dei sistemi

La storia dei rapporti economici tra imprese americane e Germania nazista non è solo un episodio del passato: è una lente attraverso cui osservare un problema più profondo.

I sistemi economici, come tutte le strutture complesse, non possiedono una coscienza. Non scelgono, non giudicano, non si fermano. Funzionano. E proprio per questo possono attraversare epoche, regimi e ideologie senza mai interrogarsi sul loro significato.

Il capitalismo, nella sua dimensione globale, non è necessariamente malvagio. Ma è, per sua natura, indifferente. Non distingue tra democrazia e dittatura, tra giustizia e oppressione: si adatta. E in questa capacità di adattamento risiede la sua forza, ma anche il suo limite più inquietante.

Il punto non è allora chiedersi se un sistema economico sia “buono” o “cattivo”, ma riconoscere che, lasciato a se stesso, esso tende a svuotare le scelte della loro dimensione morale, riducendole a opportunità.

La storia insegna che il male raramente ha bisogno di essere costruito da zero. Più spesso si inserisce in meccanismi già esistenti, li utilizza, li piega. Non crea sempre nuovi strumenti: sfrutta quelli disponibili.

E forse è proprio questo l’aspetto più difficile da accettare: che ciò che consideriamo ordinario — commercio, finanza, impresa — può diventare, in determinate condizioni, il veicolo di conseguenze straordinarie.

Per questo la responsabilità non può essere delegata ai sistemi. Deve restare umana, vigile, consapevole. Perché laddove tutto continua a funzionare, anche quando non dovrebbe, il rischio più grande non è l’errore, ma l’assenza di domande.


Note

¹ https://it.wikipedia.org/wiki/Trading_With_the_Enemy_Act
² https://en.wikipedia.org/wiki/Union_Banking_Corporation
³ Edwin Black, IBM and the Holocaust; https://en.wikipedia.org/wiki/IBM_and_the_Holocaust
https://en.wikipedia.org/wiki/Ford-Werke
https://en.wikipedia.org/wiki/Opel
https://en.wikipedia.org/wiki/Standard_Oil

Bibliografia essenziale

  • Edwin Black, IBM and the Holocaust

  • Adam Tooze, The Wages of Destruction

  • Documenti governativi USA sul Trading With the Enemy Act

 

Operazione Paperclip: scienza, guerra e compromessi morali

Introduzione: la fine della guerra, l’inizio di un’altra competizione

Alla fine della Seconda guerra mondiale, le potenze vincitrici si trovarono di fronte a una scelta cruciale: come gestire l’eredità scientifica e tecnologica della Germania nazista.

Tra le molte risorse lasciate dal Terzo Reich, una in particolare attirò l’attenzione di Stati Uniti e Unione Sovietica: il programma missilistico tedesco, all’epoca il più avanzato al mondo.

In questo contesto nacque l’Operazione Paperclip, un programma segreto con cui gli Stati Uniti trasferirono centinaia di scienziati tedeschi negli USA, spesso aggirando restrizioni ufficiali legate al loro passato nel regime nazista¹.

La divisione delle “spoglie” scientifiche

La fine della guerra non segnò solo la sconfitta militare della Germania, ma anche una vera e propria spartizione delle sue risorse scientifiche.

Le due superpotenze emergenti agirono in modo complementare:

  • Unione Sovietica: trasferì fisicamente razzi, macchinari, progetti e intere infrastrutture industriali in territorio sovietico

  • Stati Uniti: reclutarono gli scienziati e gli ingegneri, portandoli negli USA

Questa divisione non fu casuale, ma rifletteva strategie diverse. I sovietici puntavano a ricostruire rapidamente le capacità tecnologiche partendo da materiali concreti; gli americani investirono sul capitale umano.

In entrambi i casi, queste risorse divennero fondamentali per:

  • lo sviluppo di missili balistici a lunga gittata

  • l’avvio della corsa allo spazio

Il ruolo centrale di Wernher von Braun

Figura simbolo di questa transizione è Wernher von Braun, ingegnere capo del programma missilistico tedesco.

Durante il regime nazista, von Braun lavorò allo sviluppo del razzo V-2, il primo missile balistico della storia, utilizzato dalla Germania contro obiettivi civili durante la guerra.

Dopo il conflitto, von Braun si arrese alle forze americane e venne trasferito negli Stati Uniti nell’ambito dell’Operazione Paperclip.

Negli USA, divenne una figura chiave del programma missilistico e, successivamente, della NASA.

Dalla V-2 al Saturn V: continuità tecnologica

Le conoscenze sviluppate da von Braun e dal suo team furono fondamentali per la nascita dei programmi spaziali americani.

In particolare, contribuirono direttamente allo sviluppo del razzo Saturn V, utilizzato nelle missioni Apollo.

Il Saturn V rappresentò un salto tecnologico enorme, ma affondava le sue radici nei principi già sviluppati con il V-2:

  • utilizzo di razzi a più stadi

  • controllo della traiettoria tramite sistemi giroscopici

  • gestione della propulsione liquida

Sotto la guida di von Braun, questi concetti vennero perfezionati fino a rendere possibile una delle imprese più iconiche del XX secolo: lo sbarco sulla Luna.

Le missioni Programma Apollo non sarebbero state possibili senza questo trasferimento di conoscenze.

Dalla guerra allo spazio: una continuità ambigua

La stessa tecnologia che rese possibile l’esplorazione spaziale fu anche alla base dello sviluppo dei missili balistici intercontinentali.

Questo è uno degli aspetti più inquietanti della vicenda:

  • la tecnologia dei razzi nasce come arma

  • viene trasformata in strumento scientifico

  • ma mantiene un’applicazione militare centrale

Sia Stati Uniti che Unione Sovietica utilizzarono le conoscenze tedesche per sviluppare:

  • armi nucleari a lunga gittata

  • sistemi di deterrenza strategica

  • tecnologie dual-use (civili e militari)

La corsa allo spazio fu, in larga parte, una competizione tecnologica derivata dalla logica della guerra.

Analisi critica: scienza senza memoria?

L’Operazione Paperclip solleva una questione fondamentale: è possibile separare il valore scientifico dal contesto morale in cui esso nasce?

Von Braun e molti altri scienziati non furono semplicemente tecnici neutrali. Lavorarono all’interno di un sistema che utilizzava lavoro forzato e contribuiva allo sforzo bellico nazista.

Eppure, pochi anni dopo, furono integrati nei programmi scientifici delle democrazie occidentali.

Questa scelta fu motivata da:

  • necessità strategiche

  • competizione con l’Unione Sovietica

  • urgenza tecnologica

Ma pone un interrogativo difficile: fino a che punto il progresso può giustificare la rimozione del passato?

Conclusione: il progresso e le sue ombre

L’Operazione Paperclip mostra come la storia non proceda per rotture nette, ma per continuità spesso scomode.

La fine del nazismo non segnò la fine delle sue competenze, delle sue tecnologie, né di coloro che le avevano sviluppate. Questi elementi furono assorbiti, riutilizzati, trasformati.

Il razzo che portò l’uomo sulla Luna nasce, almeno in parte, dalle stesse conoscenze che avevano reso possibile colpire città civili durante la guerra.

Questo non sminuisce il valore delle conquiste scientifiche, ma invita a guardarle nella loro interezza.

Il progresso non è mai neutrale: porta con sé le tracce delle condizioni in cui è stato generato. E ogni avanzamento tecnologico pone una domanda che va oltre la tecnica:

non solo “cosa possiamo fare?”, ma “da dove viene ciò che stiamo facendo — e a quale prezzo?”

 

Gli esperimenti medici nazisti: tra mito del “progresso” e realtà scientifica

Un tema spesso evocato, ma profondamente frainteso, riguarda il ruolo degli esperimenti medici condotti nei campi di concentramento nazisti, inclusi quelli associati alla figura di Josef Mengele.

Questi esperimenti, che includevano studi su gemelli, resistenza fisica, privazione e condizioni estreme, vengono talvolta presentati come una fonte di conoscenze utili per la scienza moderna. Tuttavia, questa interpretazione è ampiamente respinta dalla comunità scientifica.

Le ricerche storiche e mediche concordano su alcuni punti fondamentali:

  • gli esperimenti erano privi di rigore metodologico

  • i dati raccolti erano spesso imprecisi, manipolati o non verificabili

  • le condizioni estreme rendevano impossibile qualsiasi generalizzazione scientifica

Inoltre, molti studi — in particolare quelli sulla resistenza al freddo o alla pressione — furono condotti in modo caotico e senza controlli adeguati, rendendo i risultati scientificamente inutilizzabili.

È importante sottolineare che la medicina moderna non si fonda su questi dati. Al contrario, proprio in reazione a tali crimini nacquero principi fondamentali dell’etica medica contemporanea, come il consenso informato e la tutela dei soggetti umani nella ricerca.

L’idea che tali esperimenti abbiano prodotto benefici scientifici rischia quindi di trasformarsi in una pericolosa forma di giustificazione retrospettiva.

La realtà è più dura: non si trattò di scienza deviata che ha comunque generato conoscenza, ma di violenza sistematica che fallì anche nei suoi stessi presupposti scientifici.

Questo non riduce l’orrore — lo rende, se possibile, ancora più radicale. Non solo furono commessi crimini indicibili, ma essi non produssero nemmeno quel sapere che talvolta si tenta di attribuire loro.


Note

¹ https://it.wikipedia.org/wiki/Operazione_Paperclip
² https://it.wikipedia.org/wiki/Wernher_von_Braun
³ https://it.wikipedia.org/wiki/Saturn_V
https://it.wikipedia.org/wiki/Programma_Apollo

Bibliografia essenziale

  • Annie Jacobsen, Operation Paperclip

  • Michael J. Neufeld, Von Braun: Dreamer of Space, Engineer of War

  • Documenti NASA sul programma Apollo

 

Loading

Related Images:

The boys: Firecracker credeva a tutto? Oppure In Niente?

Firecracker credeva a tutto… oppure a niente?

C’è qualcosa di curioso nel modo in cui il pubblico reagisce a Firecracker.
È uno dei personaggi più odiati di The Boys. Molti spettatori non vedono l’ora che sparisca. Alcuni arrivano persino a festeggiare la sua morte.
Eppure, se ci fermiamo un attimo a pensarci, emerge una domanda scomoda:
perché un personaggio che non ha mai ucciso nessuno genera più odio di altri che hanno letteralmente fatto a pezzi persone innocenti?
La risposta non è rassicurante.
Perché Firecracker non è il mostro più grande della serie.
È quello più riconoscibile.
——————————————————————————–
Oggi analizziamo uno dei personaggi più controversi — e, a mio avviso, anche più fraintesi — di The Boys: Firecracker.
Un personaggio che molti hanno liquidato in fretta, forse troppo in fretta. E, a pensarci bene, il fatto stesso che venga scartato così facilmente potrebbe già dirci qualcosa di interessante.
Un’introduzione volutamente grottesca
Firecracker ci viene presentata nel modo più caricaturale possibile: una convention popolata da terrapiattisti, complottisti, fanatici delle scie chimiche e tutta una serie di figure che sembrano costruite apposta per risultare ridicole agli occhi dello spettatore.
E lei, in mezzo a tutto questo, non solo non stona… ma domina la scena.
Parla con sicurezza, con ritmo, con convinzione apparente. Dice cose assurde, certo, ma le dice nel modo giusto. E proprio qui si nasconde il primo errore di valutazione: scambiarla per stupida.
Firecracker non è stupida. Non lo è mai stata.
Le origini: fede o bisogno?
Per capire davvero il personaggio, bisogna fare un passo indietro e guardare alla sua infanzia.
Da bambina, Firecracker credeva in Dio. Frequentava la chiesa, portava con sé una piccola statuetta di Gesù, e sembrava incarnare una devozione semplice, quasi ingenua.
Ma quella fede, a guardarla meglio, aveva già una funzione molto concreta.
In chiesa trovava attenzioni. Trovava ascolto. Trovava perfino un pasto caldo.
Non era soltanto fede.
Era bisogno.
Bisogno di appartenenza. Bisogno di essere vista. Bisogno di esistere per qualcuno.
Ed è questo bisogno — più della fede stessa — a diventare il vero motore del personaggio.
Non ha mai cercato la verità. Ha sempre cercato qualcuno che la guardasse.
Dalla religione al complotto
Crescendo, Firecracker non smette di credere.
Smette, semmai, di credere in qualcosa di specifico.
Perché ciò che cambia non è il meccanismo, ma l’oggetto della fede.
Dalla religione passa ai complotti, entrando in un ambiente dove può sfruttare perfettamente paure, bias cognitivi e pregiudizi già esistenti.
Non li crea: li riconosce, li amplifica, li organizza.
Costruisce una comunità.
Non perché sia convinta di ciò che dice, ma perché ha capito che funziona.
Perché dà visibilità. Perché crea appartenenza. Perché offre un ruolo.
Firecracker non vende idee.
Vende identità.
E soprattutto… vende se stessa.
Il salto: entrare nei Sette
Quando entra nei Sette, il personaggio si rivela per quello che è davvero.
Non una fanatica.
Ma una stratega.
Non dice ciò in cui crede.
Dice ciò che le conviene dire.
Il gesto simbolico: buttare via Dio
L’arrivo di Patriota segna una svolta decisiva.
Firecracker prende la statuetta di Gesù che aveva conservato fin dall’infanzia… e la butta via.
Nel cestino.
Senza esitazione.
Non c’è crisi.
C’è sostituzione.
La fede non le serve più.
Ha trovato qualcosa di più utile.
Devozione, corpo e potere
Da quel momento, la sua devozione a Patriota appare totale.
Si dichiara pronta a tutto pur di compiacerlo, arrivando a sottoporsi a una terapia ormonale estrema per produrre latte e soddisfare un bisogno disturbante di Patriota.
Una scelta fisica. Invasiva. Umiliante.
E profondamente simbolica.
Firecracker modifica il proprio corpo per restare rilevante.
E qui la metafora è evidente.
Quando il valore di una persona dipende da quanto riesce a compiacere… non è più una scelta. È una pressione.
Per quanto il contesto sia estremo, il sottotesto è reale.
Quante volte il corpo diventa uno strumento? Quante volte viene adattato, modificato, piegato per ottenere spazio, attenzione, successo?
Firecracker porta questa dinamica all’estremo.
Ma non la inventa.
E anche qui, ancora una volta, non è fede.
È ego. È paura. È bisogno di esistere.
Il vero superpotere
Il suo vero potere è capire le persone.
Capire cosa vogliono sentirsi dire… e dirglielo.
È così che riesce a trasformare Starlight in un bersaglio.
Non con la forza.
Ma con la narrazione.
Un’allegoria fin troppo reale
Firecracker rappresenta un modo di comunicare che conosciamo fin troppo bene.
Non si cerca la verità.
Si cerca il consenso.
Ed è proprio per questo che disturba.
Il vero motivo per cui disturba
Perché ci somiglia più di quanto vorremmo ammettere.
Ci costringe a vedere le nostre contraddizioni.
“Non siamo noi che siamo intolleranti… sono loro che sono bifolchi.”
E così tutto diventa giustificabile.
Il paradosso morale
Ed è qui che il discorso diventa davvero scomodo.
Firecracker manipola, mente, alimenta odio.
Ma non ha mai ucciso nessuno.
Eppure è odiata visceralmente.
La sua morte viene accolta con soddisfazione.
Ora guardiamo altri personaggi.
Personaggi che hanno ucciso. Che hanno fatto a pezzi persone innocenti.
Eppure vengono compresi. Perdona­ti. Celebrati.
E qui emerge il paradosso.
Non odiamo davvero chi fa del male. Odiamo chi ci mette a disagio.
Firecracker non viene odiata per ciò che fa.
Viene odiata per ciò che rappresenta.
Il finale: quando la verità non basta
Avrebbe potuto scappare.
Ma resta.
Prova a mentire fino all’ultimo.
Ma Patriota capisce.
Firecracker non crede in niente.
E per questo… la uccide.
Conclusione
Firecracker è un personaggio scomodo.
Ma necessario.
Perché è uno specchio.
E gli specchi… non piacciono mai davvero.
Il problema non è Firecracker. Il problema è quanto ci riconosciamo in lei.
Firecracker non credeva davvero a nulla.
E forse è proprio questo, alla fine, il suo peccato più grande.

Loading

Related Images:

The Boys: Sister Sage Fase 3 Occasione sprecata!

Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"
Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"

titolo: Sister sage: occasione sprecata.
Oggi concludiamo la nostra analisi del personaggio di Sister Sage, una delle figure più interessanti – almeno potenzialmente – della serie TV The Boys. Il video sarà piuttosto breve, poiché il personaggio in questione, nell’ultimo episodio, ha purtroppo subito un’evidente involuzione. Gli sceneggiatori, invece di spingere su una narrazione originale, hanno deciso di farlo scivolare nel prevedibile cliché del “genio incapace di comprendere l’emozione umana e l’amore “. Una soluzione fin troppo scontata e, per certi versi, deludente. Questa scelta mi porta a pensare che Sister Sage sia stata una grande occasione persa. Come avevo già accennato nei video precedenti, il personaggio aveva tutte le carte in regola per affermarsi come uno dei villain più temibili non solo della serie TV The boys, ma forse anche del panorama delle serie televisive in generale. Questo grazie a un superpotere decisamente intrigante: non la forza bruta, ma l’astuzia, l’intelletto e la capacità di manipolare gli altri. Sono abilità che potenzialmente avrebbero potuto renderla un’avversaria formidabile e profondamente psicologica. E invece, non solo queste qualità non sono state esplorate fino in fondo, ma sono state progressivamente accantonate in favore di scelte narrative banali. La sua presunta super-intelligenza è stata ridotta a una serie di frasi preconfezionate come “l’avevo previsto” o “era tutto nei miei piani”. Più che rivelarsi come illuminazioni frutto della sua mente brillante, queste battute suonano vuote, quasi fossero la conseguenza di chi ha semplicemente letto il finale dello script anziché il risultato di un piano effettivo costruito magistralmente. Non è chiaro se questa svolta sia stata causata da compromessi dettati dalle esigenze produttive – magari per semplificare la trama o soddisfare richieste esterne, della casa produttrice Amazon, di lobby di potere, o scelte politiche– o se sia stato un semplice esempio di pigrizia narrativa. Qualunque sia la motivazione, il risultato lascia un sentore amaro. Un episodio particolarmente difficile da digerire è senz’altro quello in cui Sister Sage decide di perdere i propri poteri in modo tutt’altro che coerente con il suo profilo. Stiamo parlando di un personaggio presentato come freddo nichilista e calcolatore che, al culmine del suo arco narrativo, agisce inspiegabilmente come un individuo impulsivo e spericolato pronto al sacrificio per il bene degli altri. Provoca kimiko nel tentativo di farsi colpire dal suo “raggio letale” per verificare se sia in grado di sprigionarlo e se questo sia in grado di annullare i poteri. Un piano ricco di rischi inutili e assolutamente insensato per una mente che dovrebbe essere tanto brillante. Infatti, considerando i precedenti del raggio (ricordiamo i disastri causati da soldier boy), Sister Sage avrebbe dovuto supporre che ci fosse una possibilità molto concreta di venire completamente distrutta, visto che lei possedeva un intelletto formidabile ma il suo corpo era fragile come quello di qualsiasi umano. Una simile mossa non ha alcun senso per un personaggio tanto astuto ed egoista. Si tratta di uno snodo narrativo che mina l’intera costruzione del personaggio: se dobbiamo accettare questo comportamento, allora dobbiamo dedurre che Sister Sage non fosse mai stata davvero così intelligente come ci era stato mostrato inizialmente.
In definitiva, trovo questa caratterizzazione un’occasione sprecata. Sister Sage poteva diventare una figura centrale, un’intelligenza manipolatrice letale, capace di intrecciare intrighi tra la Vought e gli altri personaggi. Gli sceneggiatori avrebbero potuto approfondire il suo potenziale terrificante e utilizzarla non solo come antagonista finale e definitivo di questa stagione, ma anche come una minaccia persistente destinata a rimanere sullo sfondo delle vicende future. Immaginate un finale dove Sister Sage si allea con Ashley e si trasforma nell’ombra oscura dietro al potere corporativo. Magari sotto l’egida del ritorno di Stan Edgar come CEO della Vought. Avremmo potuto assistere a un quadro dove Edgar rappresentava la forza motrice del potere economico e delle grandi corporazioni, con Sister Sage a manipolare tutto dietro le quinte, mentre Ashley figurava come il volto pubblico di questo regime corrotto. Un simile sviluppo avrebbe creato il terreno perfetto per una terza stagione di GenV esplosiva: un conflitto senza esclusione di colpi tra i ragazzi di GenV uniti ai Boys superstiti, alle prese con un’accoppiata al potere – Sister Sage e Stan Edgar – creando le potenzialità per un capitolo conclusivo veramente fuori dagli schemi, dove il lieto fine non era affatto scontato.

Loading

Related Images:

The Boys: Sister sage è un ingenua, un genio incompreso o il villain definitivo?

Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"

 Ho creato un analisi che ritengo approfondita sul personaggio di Sister sage e l’ho sottoposta alla IA Google nootebooklm, che consente di creare tracce audio, video completi e altro ancora su un dato argomento.

Qui allego un primo video realizzato, l’analisi del personaggio e il prompt con cui ho chiesto all’ia di analizzarlo.

Analizziamo il personaggio di Sister Sage, introdotto piuttosto tardi nella serie TV *The Boys*, precisamente nella quarta stagione. L’introduzione del personaggio avviene in un contesto che sfida le aspettative: la vediamo vivere in un appartamento trascurato e in disordine, pieno di libri cartacei, nonostante il mondo della serie abbia ormai abbracciato l’archiviazione digitale e l’uso dei tablet. Questa scelta sembra sottolineare un’aspetto del personaggio, ossia il suo apparente disinteresse per le convenzioni e il progresso tecnologico: Sister Sage privilegia i libri cartacei, un comportamento che indica una certa eccentricità. Inoltre, l’incontro iniziale con Patriota avviene in una situazione volutamente scomoda, essendo lei su un gabinetto. Questi dettagli costruiscono l’immagine di una vita mediocre e fuori sintonia con la sua fama di mente più brillante del pianeta.

Nonostante la sua intelligenza straordinaria, molti spettatori si sono chiesti perché Sister Sage non utilizzi le sue capacità per migliorare il proprio stile di vita. Ad esempio, ci si domanda perché non si dedichi al trading, non investa o non avvii un’innovativa startup utilizzando le sue immense risorse mentali. Una possibile spiegazione è che la sua genialità la porti a considerare tutto – inclusi il denaro e i beni materiali – irrilevante e privo di valore. Tuttavia, accetta l’invito di Patriota per entrare nei Sette, suggerendo che l’unica cosa a intrigarla davvero sia il potere: l’abilità di influenzare, manipolare e dominare la vita degli altri, fino a decidere sulla loro sorte.

Ciononostante, Sister Sage presenta alcune incongruenze come personaggio. Nonostante venga descritta come la mente più brillante del pianeta, la sua intelligenza sembra talvolta sminuita nelle situazioni a cui è sottoposta. Un esempio lampante è nello spin-off *Gen V*, dove viene colta completamente impreparata di fronte al risveglio di Thomas godolking, un nazista deciso a portare avanti i suoi ideali distruttivi. Invece di dimostrare la capacità di prevedere tale scenario – un tratto che ci si aspetterebbe da un genio –, Sage sembra più simile a una persona impreparata e ingenua, perfino arrendevole, come una scolaretta innamorata.

Questo problema si riflette anche nella serie principale, dove spesso appare come dotata di intelligenza semplicemente perché sembra “aver già letto la sceneggiatura”. Non ci vengono mai mostrati atti o discorsi che dimostrino effettivamente la sua genialità. Un confronto immediato potrebbe essere quello con il giovane protagonista di *Malcolm in the Middle*, che evidenziava regolarmente lampi di ingegno attraverso gesti e ragionamenti complessi. Sister Sage, invece, si limita ad atteggiarsi, affermando frasi vaghe come “le persone sono prevedibili” o “la gente è stupida”, senza mai mettere realmente in mostra il suo presunto genio.

Sister sage, spronata da Ashley Garrett, che nella serie TV the Boys interpreta la vice presidente degli stati uniti, decide di svelare la fase 2 del suo piano: fare in modo che patriota soldatino e i Boys, dunque l’umanità giungano a uno scontro finale reciprocamente distruttivo.
Perché vuole questo? Perché vuole essere lasciata in pace, vuole chiudersi in un bunker a leggere i suoi libri.
La domanda che ci poniamo è: ma se sage è così disgustata dall’umanità, così stupida e prevedibile, perché brama l’eterna solitudine pur di leggere la letteratura creata da questi esseri così stupidi?
È veramente questo il suo diabolico piano?
Francamente a 2 episodi dalla fine della stagione e della serie spero francamente di no, e che il finale ci sveli una Sister sage davvero all’altezza delle sue premesse di genialità e inflallibilta, anche se questo probabilmente la renderebbe il villain definitivo, perché molto più difficile da sconfiggere della semplice forza bruta.

Le incongruenze diventano ancora più evidenti andando avanti con la storia. Ho visionato fino all’episodio 6 della quinta stagione (attualmente al 10 maggio 2026), e devo ammettere che il “piano geniale” di Sister Sage appare tutt’altro che tale. La sua strategia sembra essere quella di provocare uno scontro catastrofico tra i Boys, Patriota e Soldatino, sperando che si annientino a vicenda in un massacro su scala epica – un conflitto che potrebbe persino causare il collasso della civiltà umana. Questo piano sarebbe finalizzato al suo desiderio di vivere in pace in un bunker, immersa nei suoi libri. Tuttavia, tale idea appare incredibilmente limitante e contraddittoria: se Sister Sage desiderava semplicemente isolarsi dal resto del mondo, poteva continuare a farlo senza scatenare una guerra totale. Dopotutto, prima del suo incontro con Patriota viveva già in una sorta di auto-imposto esilio. Inoltre, c’è una palese irrazionalità nell’idea di voler sterminare l’umanità per poi rinchiudersi in un rifugio a leggere libri: se tanto disprezza gli esseri umani, considerandoli stupidi e pigri, perché mai nutre un così grande interesse per i frutti della loro creatività, come la letteratura? E per farlo è disposta a trascorrere il resto della sua vita in isolamento, consumando cibo di sopravvivenza.

In attesa degli ultimi due episodi della stagione, non posso fare a meno di nutrire la speranza che il personaggio di Sister Sage subisca un’evoluzione significativa. Fino ad ora, il suo sviluppo è sembrato piuttosto deludente, lasciando inappagata la promessa delle sue potenzialità narrative. Immaginavo uno scenario in cui Sister Sage si sarebbe rivelata il vero villain della serie, magari emergendo come una minaccia finale anche per lo spin-off “Gen V”. Sognavo un epilogo in cui i Boys sconfiggevano Patriota solo per scoprire che Sister Sage era pronta a occupare il suo posto, portando la sua ambigua complessità ad un livello superiore nella stagione successiva. Tuttavia, queste aspettative sono state disattese, specialmente alla luce della recente cancellazione dello spin-off “Gen V”.

Questa decisione sembra suggerire difficoltà nella gestione narrativa dello spazio tra le stagioni principali di *The Boys*. Collocare “Gen V” come un ponte tra la quarta e la quinta stagione avrebbe ingarbugliato ulteriormente il già complesso scenario post-Patriota. Avrei trovato affascinante l’idea di Sister Sage come antagonista principale: una mente straordinariamente astuta, artefice di un piano machiavellico per ottenere il potere. Ma ciò che stiamo vedendo attualmente dipinge un personaggio carente d’incisività. Per esempio, nella scena finale del sesto episodio, l’abbiamo vista esprimere incredulità con un semplice: “Non doveva andare così”, nel momento in cui Soldatino consegna il composto V1 a Patriota, rendendolo immortale o comunque dotato di una longevità sovrumana.

Mi auguro che questa reazione sia parte di un piano più profondo e non un segno di scarsa lungimiranza. Altrimenti, Sister Sage rischierebbe di essere poco più che un personaggio decorativo per la trama e la sceneggiatura della serie. Personalmente non vorrei che gli autori cadano nell’espediente narrativo ormai abusato secondo cui Sister Sage, descritta come una mente analitica e brillante, fallisce perché non comprende la “forza dell’amore”. Questo cliché è spesso una soluzione narrativa pigra. Inoltre, il personaggio, sebbene rappresentato come algido e calcolatore, ha già dimostrato emozioni intense come rabbia e rancore, sentimenti che fanno presupporre una comprensione delle passioni umane, incluso l’amore. Tuttavia, la sua relazione con Thomas Godolkin appare tutt’altro che pura o disinteressata.

Un approfondimento sulla storia tra Sister Sage e Godolkin avrebbe potuto aggiungere spessore al personaggio. Sarebbe stato intrigante comprendere come si siano conosciuti: lui isolato in una camera iperbarica e lei ritirata nel suo mondo solitario. Invece, ci siamo ritrovati con una relazione data per scontata, con pochi dettagli sul loro piano criminale e sulle dinamiche che li hanno uniti. Questo rappresenta un evidente buco nella sceneggiatura che sarebbe stato opportuno colmare nei momenti clou della serie. Soltanto uno sviluppo significativo negli ultimi due episodi potrebbe in parte risolvere questa lacuna, anche se il tempo rimasto è troppo poco per rendere giustizia al potenziale di Sister Sage.

Sister Sage è sicuramente un personaggio affascinante, con il potenziale per arricchire enormemente la serie. Peccato, però, che la gestione del suo ruolo lasci parecchio a desiderare. Non abbiamo mai avuto modo di vedere davvero la sua tanto decantata intelligenza in azione, tranne per qualche sorriso compiaciuto o frasi al limite del banale come “Lo avevo già previsto”. Una persona super intelligente, però, non dovrebbe limitarsi a manipolare le masse o a influenzare il mondo per raggiungere i propri fini; dovrebbe essere capace anche di anticipare e prepararsi ai possibili scenari in cui il suo piano rischia di fallire. Il famoso “What if” è fondamentale: cosa accadrebbe se? Eppure, ogni volta che qualcosa non va secondo le aspettative di Sister Sage, sembra incredibilmente sorpresa. È successo con Gol King ed è ricapitato nell’episodio sei con Soldatino.

Confido che questa sia solo una strategia ben congegnata da parte di Sister Sage e che dietro si nasconda un piano più ambizioso e articolato. La speranza è che non ci si limiti a un finale banale dove il personaggio si rifugia in un bunker a leggere libri mentre all’esterno infuria una guerra civile o mondiale. Il mio auspicio è che il suo piano si riveli all’altezza delle premesse e decisamente più intrigante e incisivo. Una possibilità che mi ero immaginato per valorizzare questo personaggio sarebbe stata quella di vederla collocare Patriota sul “trono del mondo,” per poi orchestrare uno scontro con i Boys o con Soldatino, lasciandoli distruggersi a vicenda, così da appropriarsi del potere conquistato da Patriota.

Non resta che attendere le ultime puntate della stagione e della serie per scoprire quale sarà effettivamente la direzione scelta dagli autori. Nonostante alcune critiche e incongruenze – tra cui l’utilizzo dei superpoteri che appaiono alternativamente efficaci o inutili, a seconda delle esigenze di trama – considero comunque questa stagione altamente godibile. Difatti, contrariamente al parere di molti, ritengo che sia pienamente all’altezza delle aspettative. Certo, ci sono momenti potentissimi alternati ad altri meno incisivi, ma nel complesso si conferma una delle migliori serie TV degli ultimi decenni, soprattutto considerando il livello medio dei contenuti approdati sulle piattaforme di streaming negli ultimi anni, spesso piuttosto deludenti.

Infine ecco il prompt :


Inserire data: 10 maggio 2026
Inserire crediti: realizzato da Landsends , per il sito www.fantasylands.net e canale YouTube omonimo.

 

Specificare con poche parole che si sta per parlare del personaggio di Sister sage della serie TV the Boys.

Presentare brevemente il personaggio di Sister sage della serie TV the Boys, EVITARE preamboli generici sulla serie TV e focalizzarsi sull’ Analizzare il personaggio di sister sage. su come la super intelligenza possa rendere cinici, spietati e privi di empatia.
Evidenziare come il personaggio ci viene presentato, una donna che vive sola, disincantata disillusa cinica, indifferente nei confronti di un umanità che potrebbe aiutare, ma che sceglie volontariamente di non aiutare perché prova solo disgusto e odio nei confronti di esseri che percepisce come grotteschi stupidi e inutili.

Soffermarsi su come sister sage possa dimostrarsi alla fine il vero villain da sconfiggere.

Importante: analizzare le differenze del personaggio fra la serie principale “the Boys” e lo spin off “genV” su come il personaggio sembri, nella serie principale, sempre 10 passi avanti a tutti, mentre nello spin off, sembra una scolaretta innamorata, che si sorprende e viene colta alla sprovvista, quando il pazzo nazista Thomas godolkin di cui è (forse e sottolineo forse) innamorata, si comporta da pazzo nazista, rinnega il suo piano uscendo allo scoperto prima del tempo, e iniziando quella che è proprio una selezione eugenetica dei super presenti nell’Università con l’intenzione di sopprimere gli inutili.

Evidenziare come the Boys analizzi ogni aspetto del genere umano compresa la super intelligenza, creando metafore e allegorie, disponibili da interpretare ma al tempo stesso sempre velate e ambigue.

analizzare infine le reazioni di sister sage alle recenti manie di grandezza di patriota, su come il suo apparente stupore possa nascondere compiacimento per un percorso da lei invece voluto e pianificato.
Analizzare la scena iniziale dell’episodio 6 della quinta stagione dove si vede sage tentare apparentemente senza successo, di replicare il composto V1, soffermarsi sullo sguardo di sage quando patriota le dice : continua a provare non credo che vought fosse più in gamba di te”, lo sguardo di sister sage è quasi un sogghigno glaciale. Come se dicesse “lo hai capito solo ora?”
Mi viene da pensare che sage sia già riuscita a ricreare il composto V1, magari migliorandolo persino o rendendolo più sicuro, ma lo tenga per sé o addirittura se lo sia già iniettato.
concludere analizzando e specificando che si tratta di ipotesi dell’autore del testo, la possibilità che la famosa “fase 2” del piano di sister sage non sia quella dichiarata ad Ashley , (sottolineare che il piano ci viene rivelato dalla stessa sister sage, che ne discute con Ashley Garrett, ma visto che Sister sage è un abile bugiarda e manipolatrice potrebbe non essere la verità ) sia proprio creare uno scontro totale fra patriota e quindi i super, soldatino e i Boys e quindi l’umanità, in modo tale che si annientino a vicenda dandole la possibilità di prendere il potere lei stessa, così da creare un nuovo mondo a sua immagine e somiglianza, come sembri vedere nel mondo un qualcosa di irrimediabilmente danneggiato, quasi come un Computer o un sistema informatico che deve essere riprogettato o quanto meno resettato.

Ultima chiosa evidenziare come l’autore del testo (Landsends) avesse immaginato come le apperenti incongruenze di Sister sage e il suo piano di isolamento strampalato, fossero in realtà la maschera di un machiavellico piano per consegnare prima tutto il potere nelle mani di patriota, per poi impossessarsene magari in uno scontro fisico finale fra patriota soldatino e i Boys, oppure facendo controllare patriota mentalmente da qualche super telepatie, un po’ come aveva fatto Thomas godolkin in genV.

#
Evitare nel dialogo incertezze e mugugni e prestare attenzione alla pronuncia delle frasi e alla dizione.#

Loading

Related Images:

Captain America: Civil War – Trailer Ufficiale HD

Ed ecco il trailer del nuovo capitolo della saga “Avengers”  Captain America: Civil War

il Trailer è davvero molto interessante e ricco di scene mozzafiatoma svela molto poco sulla trama se non due punti fondamentali, Il capitano ritrova il suo vecchio amico Bucky e gli avengers si dividono in 2 fazioni una capitanata da Ironman che vorrebbe collaborare con il governo e una da Capitan america che invece vorrebbe mantenere gli avengers indipendenti, bè inutile dirvi da che parte stòXD

vi lascio alle info ufficiali e al trailer

buona visione

Alla prossima^___-

Il film Marvel Captain America: Civil War vede Steve Rogers al comando della nuova squadra degli Avengers, intenti a proseguire la loro lotta per salvaguardare l’umanità. Ma, quando un altro incidente internazionale in cui sono coinvolti gli Avengers provoca dei danni collaterali, le pressioni politiche chiedono a gran voce l’installazione di un sistema di responsabilità, presieduto da un consiglio d’amministrazione che sorvegli e diriga il team. Questa nuova dinamica divide gli Avengers in due fazioni: una è capeggiata da Steve Rogers, il quale desidera che gli Avengers rimangano liberi dalle interferenze governative, mentre l’altra è guidata da Tony Stark, che ha sorprendentemente deciso di sostenere il sistema di vigilanza istituito dal governo.
Il film Marvel Captain America: Civil War vede protagonisti Chris Evans, Robert Downey Jr., Scarlett Johansson, Sebastian Stan, Anthony Mackie, Emily VanCamp, Don Cheadle, Jeremy Renner, Chadwick Boseman, Paul Bettany, Elizabeth Olsen, Paul Rudd e Frank Grillo, insieme a William Hurt e Daniel Brühl.

Diretto da Anthony e Joe Russo, il film è prodotto da Kevin Feige. Louis D’Esposito, Alan Fine, Victoria Alonso, Patricia Whitcher, Nate Moore e Stan Lee sono i produttori esecutivi. Christopher Markus e Stephen McFeely firmano la sceneggiatura. Preparatevi a scegliere da che parte stare quando Captain America: Civil War arriverà nelle sale italiane il 4 maggio 2016.

 

Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"

Loading

Related Images:

Anime & Manga News Recenzioni Film Trailer ◕‿◕

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi